Narrativa: Pearl S. Buck, La buona terra

Due anni fa circa, d’estate, ero alla ricerca di un romanzo da leggere che mi distraesse dalle mie continue letture in tema di Medicina Cinese.

Fatalmente, in quell’occasione la sorte mi ha portato tra le mani il romanzo  La buona terra di Pearl S. Buck.  Scoprire  che avevo scelto di nuovo la Cina mi ha fatto sorridere: il libro narra, infatti, le vicende della di Wang Lung e di sua moglie O-Lan, contadini nella Cina del Nord di inizio ‘900.

Ho amato e amo molto questo romanzo, al punto che ho intenzione di rileggerlo presto e ora sto leggendo il seguito (Stirpe di drago) ormai introvabile, se non – con un po’ di fortuna – nel mercato dell’usato.

Leggere La buona terra è stato per me un meraviglioso tuffo nella cultura cinese di quel tempo così sapientemente descritta da Pearl S. Buck.

Il tema centrale di questo romanzo è l‘attaccamento alla terra da cui deriva tutto: il benessere, l’unione della famiglia, le tradizioni più sacre, le virtù delle generazioni passate e le speranze per quelle future.

Una lente di ingrandimento sulla società contadina cinese, le sue tradizioni e i suoi valori.

L’attaccamento alla terra che si vive in questo romanzo  è carico di passione e di umiltà, coniugato, sempre, con un profondo senso di impotenza di fronte ai ritmi naturali che alternano sole e pioggia, decidendo le sorti dei raccolti:

“Wang Lung apparteneva alla terra; era figlio della terra; e non avrebbe mai vissuto con pienezza la vita se non il giorno che avesse potuto sentirsi la terra sotto i piedi, al seguito del suo aratro a primavera, o con la falce in spalla, al tempo della mietitura”

“Nei campi il riso novello spuntava, verde come la giada, e i fagiolini germogliavano dal suolo con le loro teste arricciate. Alzando gli occhi al cielo che splendeva azzurro lassù, percorso da grandi nuvole bianche, Wang Lung, cui restava ancora un po’ d’oro in casa e che sentiva come una provvidenza il tempo che alternava in giuste proporzioni ora il sole e la pioggia, mormorò fra se, a malincuore: – Sarà bene che bruci un po’ d’incenso davanti a quei due nel tempio. Dopotutto essi hanno potere sopra la terra”

La terra è la madre che nutre e che garantisce la rettitudine all’uomo che sa onorarla con il paziente lavoro. E non si può che amarla, altrimenti c’è sofferenza. L’amore per la terra entra nelle ossa e nel sangue, quindi in quella che la cultura (e la medicina!) cinese identifica con l’energia  più profonda:

“tutto questo è successo perché hanno abbandonato la terra” pensava malinconicamente, evocando col pensiero l’immagine dei suoi due figlioli che veniva su come germogli di bambù a primavera; e lì per lì risolse di farli smettere quel giorno stesso di giocare al sole. Era ora che imparassero il lavoro dei campi; che ci si affezionassero, ai campi, assorbendo per così dire nelle ossa e nel sangue il senso della terra”

La buona terra è  anche l’occasione per sulla condizione della donna cinese nella società contadina. Una donna fertile, feconda, forte e “buona” – agli occhi della cultura di allora – come è “buona” la terra.
E allora anche il parto viene vissuto come breve parentesi del lavoro, come momento da gestire con riservatezza e totale autonomia, interrompendo il lavoro nei campi:

“Improvvisamente la vide smettere di falciare e sollevarsi reggendo inerte al fianco la falce. Un sudore insolito, come d’agonia, era sul suo volto. “Ci siamo” disse ella. “Vado a casa. Non entrare nella mia camera, se non quando ti chiamerò. Portami soltanto un giunco pelato di fresco. Spaccalo in due, onde io possa staccare da me la vita del bambino”. Ciò detto, s’avviò verso casa attraverso il campo, come se nulla di straordinario stesse per accadere “

La donna rappresentata da O-Lan è umile, silenziosa, fedele. Sa farsi amare da Wang Lung per queste qualità, tanto che quando O-Lan si ammala Wang Lung stupisce il lettore perché arriva a preferirla alla sua stessa terra:

“venderei la terra se ciò potesse guarirti”

La risposta di  lei arriva però immediata e coerente:

“Ella sorrise e mormorò in un soffio: “no, non lo permetterei… Devo morire… Un giorno dovrò pur morire. Ma la terra resterà dopo che io sarò morta”

La buona terra è valso alla sua autrice Pearl S. Buck  il Premio Pulitzer nel 1931 e la medaglia di riconoscimento dall’American Academy of Arts and Letters. Sette anni dopo, all’età di 46 anni, Pearl S. Buck  ottiene il Premio Nobel per la letteratura.

(recensione a cura di Laura Vanni)

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La buona terra
di Pearl S. Buck

 

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